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giovedì 1 marzo 2012

la grande sfida.

Negli Stati Uniti è già liberalizzato. In Europa molti paesi lo fanno da tempo, soprattutto Germania e Inghilterra. Stiamo parlando di “Affitto della poltrona in salone”. Una modalità che permette di affittare parte del negozio ad altri acconciatori che non vi lavorano come dipendenti bensì come liberi imprenditori. Fra le due parti viene siglato un accordo contrattuale che prevede il versamento al titolare di una percentuale dell’incasso o un contributo per i costi dell’attività. È un’opportunità non ancora praticabile in Italia, anche se qualcosa si sta muovendo.


Savino Moscia, presidente nazionale Cna Benessere e Sanità, ci parla di questo suo progetto: “Vorremmo avere la possibilità di aprire i nostri negozi ad acconciatori qualificati che lavorano come liberi professionisti, con la loro partita Iva e i loro clienti. Da un calcolo approssimativo abbiamo stimato che così facendo potrebbero essere creati 20.000 posti di lavoro in due anni”. Per fare di questo sogno realtà, la Cna ha deciso di chiedere il sostegno dei sindacati.



 
Qual è stata la loro risposta?
I sindacati si sono dimostrati molto disponibili. Hanno stabilito dei limiti, ma non ‘punitivi’:
• l’affittuario non può essere un dipendente del salone che pratica l’affitto della poltrona e deve essere un acconciatore qualificato;
• se il salone ha licenziato personale negli ultimi due anni non può praticare l’affitto della poltrona;
• il numero di poltrone in affitto è proporzionale all’ampiezza del salone: 1 poltrona fino a 3 dipendenti, 2 poltrone da 4 a 9 dipendenti, 3 oltre i 9 dipendenti.


Confidiamo che molto presto si arriverà alla firma di tutti. Il nostro obiettivo è legare questa richiesta a un contratto, che deve essere moderno, in grado di produrre posti di lavoro.

Cosa accadrà una volta ottenuta l’approvazione del sindacato?
Faremo insieme a loro il percorso verso una proposta politica. Sarà necessario rivedere alcuni contenuti della normativa attuale. Ma al momento le persone alle quali ho sottoposto il progetto sono entusiaste perché lo vedono come un bene per il paese.

Che tipo di problematiche risolverebbe questo nuovo business?Il dato non è ancora definitivo, ma sembra che negli ultimi cinque anni gli acconciatori siano scesi da 84.000 a 69.000. Quindi 15.000 persone hanno chiuso i loro esercizi, probabilmente proprio i più giovani, che dopo qualche tempo vedono la professione come una realtà differente da quella immaginata. Non c’è più nemmeno il ricambio, come conseguenza della liberalizzazione. L’affitto della poltrona permetterebbe invece al lavorante di un negozio di conoscere la realtà di un altro salone senza accollarsene i costi di struttura.

E riguardo all'abusivismo?Fino a qualche anno fa l’abusivo era un lavorante che non aveva intenzione di mettersi in regola perché ricavava maggiori guadagni da un’attività irregolare rispetto a un normale negozio. Oggi invece c’è un nuovo abusivismo, nato dalla crisi, dalla chiusura di molti saloni che non riescono a sostenere i costi di gestione e dalla mancanza di una alternativa occupazionale. Una situazione molto pesante: l’affitto della poltrona, creando nuove forze lavoro, potrebbe rappresentare una valida alternativa.


Gli acconciatori sono favorevoli a questa opprtunita'o la avvrtono come concorrenza?Bisogna imparare a stare insieme. So che una gran parte di acconciatori è pronta a lavorare con questa modalità. L’affitto della poltrona permette-rebbe un’offerta variegata in salone, con prezzi diversi e una clientela eterogenea che si moltiplica proprio perché trova servizi differenziati. Si liberalizza un mercato e si dà una risposta alla politica del basso prezzo. La struttura può produrre più ore, funzionare di più.
Il piccolo salone non troverebbe più remunerativo formare un apprendista?
Bisogna fare una distinzione. L’apprendista è una figura che nasce per soddisfare il fabbisogno di personale, per servire una clientela che richiede un supporto. L’affitto di poltrona non deve essere interpretato come un ulteriore dipendente, ma come un collega. Il guadagno sta nell’affitto pattuito o nella condivisione delle spese del negozio. Inoltre, quando si portano più persone in salone, si attiva un volano che amplia il business. Imparando a convivere con la diversità, si crea imprenditoria. Il nostro settore non riesce più a crescere, per questo dobbiamo, sempre nella legalità, creare nuove tipologie di imprenditori.

Lancera' questa operazione anche nel suo salone?Quando sarà possibile, lo farò, perché ho un salone che non produce più di quattro ore. Il mio collega potrebbe portare la sua clientela in salone, potrebbe aiutarmi a pagare le spese e, grazie alla sua partecipazione, anche il potere di acquisto e il valore contrattuale del salone stesso aumenterebbero, diventando vantaggioso per entrambe le parti.


Acconciatori favorevoli o contrari?



Fervono dunque i lavori per rendere l’affitto della poltrona un’opportunità reale anche in Italia. Ma gli acconciatori cosa ne pensano? Estetica ha intervistato due noti hairstylist italiani, con opinioni diverse in merito...
Angelo Labriola, partner Kemon, spiega che questa opportunità di business potrebbe rivelarsi interessante “a patto che la nuova legge preveda le dovute garanzie e attenzioni per tutelare l’immagine del salone che affitta la poltrona”. L’esempio degli USA è un buon riferimento: “Se la normativa venisse redatta sulla base del modello americano, sono sicuro che sarebbero previsti vantaggi sia per l’imprenditore sia per l’affittuario. Il governo degli Stati Uniti è molto sensibile alla tutela dei nuovi esercizi, si rivolge a imprenditori qualificati. Nel loro caso l’ospite non paga un canone di locazione bensì una percentuale sul fatturato stabilita al momento dell’accordo con l’esercizio ospitante”.

Ciò che teme Labriola, in merito all’applicazione in Italia, sono le possibili “aperture selvagge: imprenditori non appartenenti al settore che realizzano strutture di grandi dimensioni per affittare più posti possibili di lavoro e mercificare i servizi”.
stilista partner Wella Professionals: “Vorrei
essere il primo a provare questa modalità non appena operativa. Già molti anni fa ero dispiaciuto non si potesse attuare. Per me sarebbe ideale: ho molti saloni e tanti collaboratori bravi che meriterebbero di emergere. Considero l’affitto della poltrona come un’opportunità di crescita del salone: un’attività meritocratica in un ambito dove operano diversi bravi professionisti”.

A chi consiglierebbe questa modalità? “È perfetta per un ragazzo che voglia guadagnare più di un normale dipendente. È semplicemente una questione di capacità produttiva: si trovano gli stimoli per volere e fare di più. Si diventa più lucidi, con una visione meno appannata dalla ‘tranquillità’ dell’essere dipendenti. L’affitto della poltrona rappresenta un’ottima opportunità per creare nuovi imprenditori: il personale si responsabilizza, diventa titolare di se stesso e può contribuire a qualificare l’intera azienda”.



Cosa cambiare della normativa attuale





Cna ha deciso di affrontare la questione “affitto della poltrona” chiedendo prima di tutto l’appoggio dei sindacati. Trovato l’accordo, sarà più facile infatti formulare una proposta che si trasformi in un progetto politico concreto. È bene sottolineare che si tratta comunque solo di un primo passo. Perché, come ricorda Davide Padroni, responsabile per il Piemonte di Cna - Unione Benessere e Sanità, la normativa attuale che regola la professione di acconciatore – la Legge n. 174 del 17 agosto 2005 – prevede alcuni articoli da ritoccare. “L’esempio dei paesi anglosassoni ci può ispirare” spiega Padroni “ma il loro modello si basa su una legislazione differente, è necessario rivedere la normativa alla base”. Tra le priorità, la modifica del punto 4 dell’art. 2: “Non è ammesso lo svolgimento dell’attività di acconciatore in forma ambulante o di posteggio”.

L’impossibilità di esercitare la professione senza un negozio è in contrasto con l’affitto della poltrona, che vede un libero professionista esercitare in un locale non di sua proprietà. Ma non è l’unica difficoltà da risolvere. Secondo la legge vigente, è necessario rispettare le norme sanitarie, essere iscritti al registro imprese della Camera di Commercio, pagare i contributi Inps, Inail... Tutte condizioni che devono essere riviste e adattate per consentire l’utilizzo di questa modalità anche in Italia.






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